Il capitalismo del futuro (e del presente)

Uno degli effetti collaterali più spiacevoli della crisi finanziaria mondiale è l’emergere ed affermarsi di idee, ideologie e pratiche estreme. Non mi riferisco soltanto all’emergenza nazionalismo in Europa, perché ormai di vera emergenza si tratta, ma anche alla paradossale contrapposizione di chi pensa che la crisi sarà risolta soltanto con “più mercato” e chi invece specula che vada risolta “senza mercato”.

È difficile credere alla sincerità di certi discorsi dei rappresentanti del Tea Party americano, che sembrano voler curare la malattia con lo stesso virus che l’ha causata: propongono l’abrogazione di qualsiasi regolamentazione delle attività finanziarie, il taglio di gran parte dei servizi sociali statali per le classi meno abbienti e un’aliquota massima di imposizione fiscale del 25% sia per gli individui che per le imprese. Per quanto discutibile, sarebbe una legittima proposta politica se non fosse già stata provata e messa in atto nello scorso decennio, coni risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Sul fronte opposto, il movimento Occupy Wall Street con tutte le sue ramificazioni, da Occupy London a Occupy Frankfurt e Occupy Piazza Affari, ha ancora molto da lavorare prima di riuscire a proporre un’alternativa credibile al sistema capitalistico tanto aborrito dagli “occupanti”. La loro diagnosi della crisi finanziaria è per molti versi condivisibile: è innegabile che comportamenti predatori e irresponsabili di molte istituzioni finanziarie hanno contribuito significativamente all’emergere della crisi.
È altrettanto vero che a perderci sono state soprattutto le classi medio-basse; ed è evidente che il divario tra ricchi e non-ricchi nel mondo occidentale e nei paesi emergenti si va facendo sempre più ingiustificabile e incolmabile. I problemi emergono quando si passa alla cura. Quali sono le soluzioni della crisi proposte dal movimento Occupy? Non è dato saperlo. O meglio, non è possibile avere una risposta univoca condivisa dai vari movimenti Occupy. Si sentono, e si leggono, proposte di varia natura, ma sono sempre soltanto accennate, e mai approfondite.
Forse anche perché loro stessi si rendono conto della scarsissima realizzabilità pratica di alcune delle loro idee, quelle ad esempio che porterebbero verso un primitivismo sinceramente difficile da immaginare: sembra come se la moneta debba cessare di esistere da un momento all’altro in favore del baratto. Sembra che la democrazia sia da abolire perché ha permesso l’emergere di milionari e miliardari senza merito (alternative, please?). Sembra che chiunque si azzardi anche a contraddire le loro (a volte estreme) idee sia additato come un capitalista irriducibile con il quale non si può perdere tempo a discutere (“fuori gli eretici!”: si avvertono i sinistri sintomi dell’emergere di una nuova religione politica…).
Dove voglio arrivare? Lo scopo di questo mio articolo è la proposta di un’alternativa tanto al capitalismo classico che all’anti-capitalismo di Occupy. È la proposta di una terza via. No, non mi chiamo Tony Blair. Che il capitalismo, e l’economia di mercato, siano due delle invenzioni umane che in maggior misura hanno contribuito al raggiungimento del benessere materiale per una grande fetta della popolazione mondiale, non è – e credo non possa essere – oggetto di discussione.
Come questo benessere sia stato creato, invece, deve e può essere discusso. La macchina capitalistica, nel suo processo di distruzione creativa, ha distrutto più di quanto ci aspettassimo. Ha minato le basi della convivenza civile e sociale, ha spinto verso una logica del profitto assoluto senza alcuna considerazione etica o morale, ha sradicato i valori della comunità, della solidarietà, dell’equità. Si cerca il profitto a tutti i costi. E si dimentica che ciò che ci rende uomini e donne, che realizza a pieno la nostra umanità, esula da un discorso puramente economico.
Il diritto alla ricerca della felicità, sancito nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, ma diritto fondamentale di un’ipotetica Costituzione degli “Stati Uniti del Mondo” immaginata da Luca Taddio nel suo saggio Global Revolution, non lo si rispetta soltanto con il successo economico. Cultura, sostenibilità, attenzione al prossimo e alla natura, dedizione al bene pubblico, virtù civica, vocazione all’equità e alla giustizia: è con il conseguimento di questi ideali di vita che l’essere umano raggiunge le vette di ciò che la ragione e il libero arbitrio gli permettono di essere.
C’è bisogno di nuovo modello economico e di un nuovo assetto societario
che combinino l’esigenza di creare ricchezza con una sua più equa distribuzione
e una maggiore considerazione per gli aspetti non materiali della vita umana
Senza pretese di voler cambiare il mondo, ma soltanto di renderlo un po’ più giusto di quanto sia adesso, in America si va diffondendo un nuovo tipo di azienda, che non è né la tipica società a scopo di lucro, né la società senza alcuno scopo di lucro, o no profit, bensì una via di mezzo. Di nuovo, una terza via, e no, non l’ha inventata Tony Blair. Si chiama benefit corporation e nasce in Maryland nel 2010, come risposta all’impellente esigenza di riesaminare i modelli aziendali esistenti durante l’irrompere della crisi finanziaria.
Ora è prevista e regolamentata in otto stati americani. L’idea è semplice: la benefit corporation somiglia a una tradizionale azienda for profit, con la sostanziale differenza che nel suo operare deve tener conto di fattori che vanno al di là del profitto e costituiscono obiettivi sociali, ecologici e di cura della comunità che ospita l’azienda. Nata sotto modesti auspici, come semplice argine all’apparentemente incontrollabile avidità del moderno uomo d’affari, dopo solo due anni di vita la benefit corporation si presenta addirittura come valida alternativa al sistema capitalistico oggi in profonda crisi. Perché si diffondano ulteriormente, tuttavia, c’è bisogno di un’accorta legislazione che recepisca questo nuovo modello societario e lo armonizzi con il diritto aziendale e commerciale vigente.
Dal 2010 a oggi, gli otto stati americani che consentono la fondazione di benefit corporation hanno nel tempo affinato la legislazione, che tuttavia richiederebbe ulteriori aggiustamenti per essere importata in Europa. Sarebbe opportuno che i governi europei, oltre a necessarie ma sterili politiche dell’austerità, provvedessero a favorire la crescita post-crisi con modelli innovativi che vadano oltre il capitalismo tradizionale, il quale d’altronde non sembra avere più le capacità per riprendersi appieno.
Perché non partire dall’Italia? Perché non dare un segnale all’Europa e al mondo che non solo l’Italia non è moribonda, checché ne dica lo spread, ma è anzi all’avanguardia nella formulazione di risposte alternative per uscire dalla crisi. La popolazione ne sarebbe allo stesso modo incuriosita e allettata, perché una tale riforma combinerebbe fortissimi elementi di innovazione con una prospettiva di riduzione dell’imposizione fiscale. Difatti, nel momento in cui le nuove benefit corporation cominceranno a produrre profitti sufficienti ad occuparsi di temi di dominio tipicamente pubblico – come le politiche per l’ambiente e per la coesione sociale – queste spese potranno essere gradualmente ritirate dal bilancio pubblico, mentre il controllo e la gestione resterebbero con le amministrazioni locali per garantire imparzialità nell’uso dei fondi.
Come rilevato da un articolo del Financial Times del 11 giugno scorso, la benefit corporation è ancora ad uno stato di sviluppo post-embrionale, ma è già notevole il successo di alcune aziende che hanno saputo e voluto reinventarsi seguendo questo nuovo modello di organizzazione aziendale. Si pensi a Patagonia, industria tessile californiana specializzata in abbigliamento sportivo, o alla Give Something Back Office Supplies, che già dal nome evidenzia la sua missione benefattrice. Il suo slogan, “valori, non solo valore”, è la sintesi ciò a cui aspirano le benefit corporation. Queste, infatti, senza dimenticare il profitto, ne devolvono gran parte a cause da loro considerate meritorie: ad esempio, la Office Supplies nel 2011 ha donato 800mila dollari (70% del profitto annuale) alla comunità locale di Oakland, California, dove ha sede l’azienda. La nascita delle prime benefit corporation ha portato anche ad inaspettati benefici collaterali.
La consapevolezza di un più alto scopo, oltre al mero profitto (come ad esempio il miglioramento della performance sociale ed ecologica dell’azienda), rende questo tipo di imprese più semplici da dirigere rispetto ad aziende tradizionali. Lo sostengono Sean Mark di Office Supplies e Gary Gerber di Sun Light & Power. Lo stesso Sean Marx riferisce della facilità nel reclutare i migliori talenti sul mercato che, una volta assunti, mostrano una passione e dedizione fuori dal comune, soprattutto grazie alle motivazioni e soddisfazioni non esclusivamente economiche che il lavoro in una benefit corporation implica.
Esistono naturalmente altri modi per rendere un’azienda socialmente responsabile ed ecologicamente sostenibile. Molte grandi e medie aziende (ma poche italiane) si sono ormai dotate di un dipartimento di Corporate Sustainability, mentre altre si ergono in modi diversi a sostenitrici di un “capitalismo coscienzioso”. Come ad esempio la Whole Foods di John Mackey. Altre ancora, però, temono che senza la protezione giuridica garantita dalle leggi che governano le benefit corporation, possano trovarsi in balia degli umori, preferenze e ricatti di investitori che, all’improvviso, dispongano dei mezzi per condizionare le politiche di sostenibilità aziendali con criteri contrari alle finalità sociali dell’azienda stessa.
Lo spettro di Ben & Jerry’s, famosissimo produttore di gelati che nel 2000 fu acquisito dalla multinazionale Unilever nonostante la presenza di una controfferta di altri investitori più attenti a tematiche sociali (l’offerta era più bassa e dunque non gradita agli azionisti), incute ancora timore nella cerchia degli imprenditori americani socialmente impegnati. Rick Ridgeway ha scelto di trasformare la sua Patagonia in una benefit corporation proprio per evitare il rischio che futuri proprietari possano alterare ed eventualmente distruggere il delicato e complesso equilibrio tra profittabilità e sostenibilità da lui ideato e trovato.
Le benefit corporation hanno molta strada davanti a loro, non priva di ostacoli. Negli otto stati americani che prevedono questo modello aziendale, soltanto una minoranza di aziende ha deciso di trasformarcisi, ma l’andamento è positivo. C’è bisogno di maggior coraggio da parte di imprenditori, manager e investitori e di una più accentuata presa di coscienza che il nostro pianeta non si lascerà sfruttare all’infinito, che dalla logica del profitto senza remore non potrà vincere nessuno, che da una maggiore attenzione a ciò che ci circonda beneficeranno tutti.
L’attuale governo italiano dovrebbe prendere la palla al balzo e solcare l’onda delle benefit corporation, proponendo una legge che le renda possibili anche in Italia. Le competenze tecniche e capacità culturali dei membri dell’esecutivo dovrebbero permetterne un’accurata analisi dei benefici e degli svantaggi. Infine, la spiccata attitudine all’innovazione del ministro Corrado Passera dovrebbe consentirgli di percepire che, per adesso, non sembra esistere alternativa più promettente alla forma di capitalismo che conosciamo, ma che non risponde più alle esigenze di un mondo in continua trasformazione ed espansione.

Articolo pubblicato su Che Futuro! 

Danilo Raponi
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