Un nuovo partito per una nuova politica

La società civile percepisce chiaramente la fine di un’era e si getta a capofitto nell’arena politica. Emergono nuovi partiti e nuovi movimenti e la loro anagrafe diventa ogni giorno più ricca.

Vedo una forte presenza di partiti riformisti, votati a cambiare l’Italia, a renderla un paese più moderno ed efficiente.
Non nascondo una certa affinità con i loro progetti ma, allo stesso tempo, sento il dovere di metterli in guardia da un rischio oggi sottovalutato: quello di parlare a un’elite.
È importante rivolgersi al mondo start up, promuovere un’agenda digitale, avvalorare il merito, pensare a come diminuire le spese dello stato e ridurre il debito pubblico.
Ma occorre rendersi conto che la politica è creazione del consenso e che, se si vogliono vincere le elezioni in Italia, occorre parlare al più ampio numero possibile di persone, non solo a quel 2-3% di giovani imprenditori, esperti di macro economia, ricercatori.
I disoccupati, i nuovi poveri, gli impiegati del pubblico, hanno bisogno di speranza e rassicurazioni.
Non nascondiamo ai nostri elettori che le riforme paventate avranno anche effetti negativi: la parola “merito” significherà per qualcuno “punizione”. Taglio della spesa pubblica significherà prepensionamenti, trasferimenti di personale, maggiore produttività (e calo dell’occupazione).
Per uscire dalla spirale del debito pubblico l’unica strategia sensata è quella della crescita. Ci sono diverse ricette per ottenerla, e dobbiamo capire se ci interessano i numeri (le percentuali di PIL) o le persone. Perché in anni recenti abbiamo visto tanti episodi di crescita gonfiata (basata su semplici speculazioni edilizie o finanziarie) e il castello di carta è poi rovinosamente crollato (Stati Uniti, Spagna, Irlanda, Islanda, Grecia).
La crescita è opportunità di benessere per tutti, e lo è tanto più le strategie sono condivise: un parco eolico è crescita o disastro paesaggistico? La TAV è opportunità di trasporti più rapidi o una spesa eccessiva? La politica deve saper dare delle risposte, senza tentare scorciatoie autoritarie.
La grave crisi economica non si è ancora trasformata in un ripensamento delle condizioni e delle cause che l’hanno originata. Questo perché mediaticamente la crisi dei debiti sovrani occupa i media di continuo, il dio spread è argomento di conversazione quotidiana. Gli oppositori al capitalismo sono disordinati e, ahimè, sovente ignoranti; infine sbagliano, a mio avviso, nel voler criticare un intero sistema, o nel proporre iniziative completamente fuori bersaglio come “cancellare il debito” (l’Italia ha bisogno di capitali esteri: perdere la fiducia, e l’accesso al credito, chiuderebbe a riccio la nostra economia).
Non credo che sia il capitalismo in sé il problema, ma la deriva che ha preso: un cattivo uso della globalizzazione e un peso eccessivo della finanza creano disuguaglianza e crisi cicliche.
I correttivi sono a nostra disposizione già oggi e, in parte, appoggiano su uno dei vanti principali dell’Europa: il welfare.
Le evidenze parlano chiaro: il libero mercato produce un maggiore sviluppo, se correttamente regolato, e, in un paese di microimprese, non ha più molto senso la dicotomia sfruttati-sfruttatori.
Il ruolo dell’imprenditore è centrale per creare nuova ricchezza e posti di lavoro, perché non tutti possiamo (o vogliamo) ambire a dirigere altri lavoratori. I suoi soprusi, anche ambientali, si combattono con le leggi e la cultura.
Allo stesso tempo, invito i liberali a valutare correttamente l’importanza di una società organica, felice e collaborativa.
Alcuni esempi serviranno a chiarire la mia visione.
Partiamo dalla sanità. Il fatto che esistano strutture che garantiscono visite gratuite è una garanzia per tutti, poveri e benestanti. Chiunque si può ammalare di HIV o di altre malattie contagiose, indipendentemente dal portafogli. Se a tutti è possibile una visita gratuita da parte di personale competente, cala la diffusione di patologie pericolose.
La povertà di intere sacche del sud offre la bassa manovalanza per la criminalità organizzata che poi taglieggia e minaccia gli imprenditori di tutta Italia: la povertà non è solo un problema per chi la vive, evidentemente.
La presenza di immigrati è una ricchezza in termini di cultura, lingue, tradizioni, cibi, di cui può approfittare anche la persona agiata. Stesso discorso per la presenza di giovani formati: è una ricchezza per le nostre aziende e per le nostre istituzioni (da cui dipendono direttamente i nostri servizi).
Una società in cui alberga fiducia reciproca spende meno in sistemi di autodifesa (contro le frodi, contro furti e rapine) e collabora più facilmente (per creare nuove imprese, nuovi progetti). Una società retta da fiducia sa affrontare le sfide del futuro, senza paura.
Se proiettiamo alla società quanto accade in ambiti più ristretti, vediamo che, negli ambienti di lavoro affollati, se i colleghi sono simpatici e allegri, è più facile relazionarsi, la produttività è più alta e si sopporta meglio lo stress.
Le malattie da società avanzata, ansia e depressione, ci costano ogni anno milioni di euro in farmaci e bassa produttività (si parla di 8 milioni di depressi in Italia). La politica deve tornare a pensare alla felicità delle persone, senza pretendere di indirizzarla, ma tentando di favorirla: investendo in cultura, crescita personale, salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, cura dei più deboli (anziani, disabili, giovani disoccupati). E’ un investimento a lungo termine, e richiede una politica di lungo termine: il contrario della Seconda Repubblica, fondata sui sondaggi.
D’altronde la Seconda Repubblica è stata una delle più grandi opportunità mancate della recente storia: finalmente liberata dalla lotta ideologica, la politica avrebbe potuto dedicarsi ai cittadini, cercando di risolvere problemi concreti, migliorando la competitività internazionale del paese.
Questa opportunità si apre per la Terza Repubblica, se riusciamo a sostituire la classe dirigente. È una precondizione essenziale per ripartire: l’Italia ha bisogno di un nuovo patto sociale. Questo si fonda sulla fine delle lotte tra imprenditori e operai, tra giovani e vecchi, tra Nord e Sud, tra province e comuni, tra Stato e regioni.
Lotte che servono certamente per conquistare una propria fetta di potere ma che hanno paralizzato il paese. Lotte che si sono nutrite di rancori, di invidie, di paure, che hanno alimentato una visione della democrazia perversa, per cui i diritti sono di chi urla più forte.
In tanti hanno cavalcato la rabbia popolare, e tanti la cavalcheranno. Ma si rispetta davvero l’elettorato se si sa rinunciare a seguirlo nei suoi istinti più bassi. Anche saper dire di no alle richieste dei propri elettori rientra in questa visione di politica responsabile; di fronte a certi populismi è addirittura necessario. Insistere solamente sui costi della politica, sui mandati dei rappresentanti, porta a mancare l’obiettivo. La politica riflette una società che troppo a lungo si è disinteressata del bene comune, seguendo la crescita di benessere o abituandosi a esso.
Fare politica non significa ubbidire passivamente ai propri elettori. Significa condividere con loro un progetto in cui è fondamentale esprimere le proprie opinioni, significa inoltre poter sperimentare e innovare, senza diktat e pregiudizi. I fenomeni sono troppo complessi per essere prevedibili, e la sperimentazione controllata è l’unico strumento a nostra disposizione per riformare la società. D’altronde, e faccio un esempio volutamente provocatorio, esperimenti di sostituzione del welfare pubblico da parte di privati sono già in atto, attraverso l’impegno di attori del terzo settore, capaci di gestire risorse scarse e offrire servizi di qualità (penso all’assistenza ai disabili, ai malati terminali, alle case famiglia, al dopo scuola e all’italiano per stranieri).

Quello che dobbiamo mettere in piedi non è un progetto che si prepara in pochi mesi. Dobbiamo avere l’onestà di dire ai nostri elettori che non abbiamo soluzioni immediate, quasi magiche, ma che se votano per noi, porteremo avanti un cambiamento di lungo termine, avendo chiaro in che direzione vogliamo andare: crescita, equità, bene comune.

Andrea Danielli

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