La casta castiga (ancora) i giovani avvocati

Il 31 ottobre scorso la Camera ha approvato in prima lettura la riforma dell’ordinamento professionale forense che torna quindi in Senato per una terza lettura. Procedura a tappe forzate per il ddl, che quasi certamente (salvo imprevisti) sarà approvato prima della scadenza della legislatura. Ma questa, purtroppo, per chi si affaccia alla libera professione di avvocato, non è una notizia da salutare con favore. Vediamo brevemente perché.

395 favorevoli, 7 contrari, 14 astenuti: questi i risultati della votazione alla Camera del ddl che si prefigge l’ambizioso obiettivo di riformare la professione forense, settore economico professionale storicamente strategico nel panorama nazionale. Vale la pena di chiedersi a cosa sia dovuto questo inatteso plebiscito riservato al testo di legge, soprattutto in un momento come quello odierno, in cui le forze politiche sembrano essere ispirate da logiche del tipo “tutti contro tutti”.

A scorrere il testo del ddl sembrerebbe emergere un primo dato: la professione forense si rifà il make up senza rivoluzionare la sostanza. Non dimentichiamo, a tal proposito, che la stragrande maggioranza dei nostri rappresentanti politici è costituita da avvocati che hanno appeso temporaneamente “la toga al chiodo” per servire lo Stato, che hanno quindi tutto l’interesse a continuare ad usufruire della rendita di posizione derivante dalla propria attività professionale senza stravolgerne il funzionamento. Siamo di fronte, quindi, all’ennesima norma che “cambia tutto per non cambiare niente”, figlia della sindrome da Gattopardo che ha ormai contagiato il Paese? Purtroppo la risposta è “magari!”, perché le cose, a ben vedere, stanno diversamente. Vale a dire molto peggio.

Dal punto di vista di chi ha appena intrapreso la libera professione o pensa di accedervi a breve, la riforma forense rappresenta, infatti, un “collo di bottiglia” senza precedenti. In dettaglio, queste le disposizioni principali che, di fatto, complicano (e non di poco!) le regole del gioco:

1. obbligo per i praticanti di frequentare (contemporaneamente allo studio di un professionista già abilitato alla professione) corsi di formazione specifici promossi dalle scuole forensi. Il tutto si presuppone, ovviamente, dietro esborso di una tassa di iscrizione;

2. esame: tre prove scritte e una orale, senza codici commentati. Stop quindi alla possibilità di consultare i precedenti giurisprudenziali al momento della redazione delle tre prove scritte;

3. (direttamente collegato al punto 2., vedremo di seguito perché) obbligo di conseguire una o più specializzazioni con l’irrinunciabile apporto delle associazioni specialistiche forensi;

4. obbligo di esercizio della professione dovrà essere effettivo e continuativo come condizione per la permanenza dell’albo. La prova dell’effettività dovrà prescindere dal reddito (almeno, così pare).

Se le cose dovessero cambiare nel senso prospettato dalla norma in esame, l’accesso delle nuove leve alla professione sarebbe ulteriormente appesantito in primo luogo dalla necessità di iscriversi ad un corso di formazione; il che equivale a rendere obbligatoria la scuola forense, al momento gestita dalle università

dietro compenso degli studenti. Quindi il praticante che aspiri a diventare avvocato deve, innanzitutto, mettere a bilancio, sotto la voce “spese”, la frequenza di lezioni e seminari.

Per non parlare delle modalità di svolgimento delle prove scritte, per le quali un candidato dovrebbe conoscere la giurisprudenza di ogni singolo istituto vigente in materia di diritto civile e penale. Un lavoro a dir poco titanico, anche alla luce dell’obbligo di specializzazione in una o più materie settoriali. Quindi, chiarendo con un esempio: anche se un praticante decidesse di specializzarsi in diritto amministrativo o fallimentare, o tributario, o diritto previdenziale, in vista dell’esame dovrà conoscere la giurisprudenza, risalente e non, riguardante ogni singolo settore del diritto civile e penale. Il tutto solo per entrare in possesso di un’attestazione che dica: “ok, hai frequentato il corso, hai superato l’esame, sei idoneo all’esercizio della professione forense. Ora cercati i clienti ma, mi raccomando, non dimenticarti di dimostrarmi che sei davvero un novello principe del foro, altrimenti verrai inesorabilmente depennato dall’albo”.

E qui affiora un altro problema: come dimostrare di essere effettivamente un giovane avvocato che esercita la professione? Il testo della riforma pare abbia escluso il parametro del reddito (altrimenti il povero avvocato sopravvissuto all’iter concorsuale appena descritto, ex praticante spremuto, bistrattato e senza un quattrino, per non perdere il diritto ad essere iscritto all’albo, avrebbe l’ulteriore preoccupazione di verificare che il cliente non abbia la tendenza a “dimenticare” di saldare la parcella).

Ipotizziamo quindi quali altri parametri possano essere presi in considerazione per stabilire che ci si trova al cospetto di un professionista degno di questo nome e non di fronte ad un giovanotto che si diletta nel tempo libero a fare l’avvocato:

a. si potrebbe far riferimento al numero di cause trattate in un determinato arco temporale, ma in questo caso si rischierebbe di ridurre la qualità del lavoro a scapito della quantità, oltre al fatto che si corre il rischio di paralizzare il sistema giudiziario più di quanto già non lo sia;

b. se il parametro di riferimento fosse quello relativo al numero di udienze alle quali il nostro baldanzoso avvocato (ormai prossimo ad una crisi di nervi) ha partecipato, il rischio sarebbe invece quello di veder dilatare i tempi di definizione della singola controversia, con buona pace del principio costituzionale secondo cui i processi non devono avere una durata irragionevole;

c. si potrebbero monitorare le spese legate all’esercizio della professione (affitto, acquisto di riviste specializzate, codici, manuali e, in genere, strumenti di lavoro), ma anche questo paramento risulterebbe sganciato dalla realtà. Sarebbe come operare qualcuno al cervello partendo dall’intestino, dato che le spese connesse alla professione si affrontano “dopo” aver trovato un cliente, non certo prima.

Insomma, qualsiasi scelta venga operata in futuro sul punto, sembra che sfugga un dato facilmente riscontrabile, che suona quasi banale per quanto è elementare: il libero professionista che si affaccia al mondo del lavoro, a meno che non sia figlio d’arte, necessita di trovare la propria nicchia di clienti. Spesso si affida agli amici o al passaparola, tutti sistemi che sono però impotenti di fronte alle regole di mercato che sarebbero dettate per forza di cose da coloro che hanno più anni di attività professionale alle spalle. Mentre negli altri Paesi UE si incentiva la nascita delle start up (e aprire un proprio studio legale è una start up, dove si producono idee, si trovano soluzioni, si risolvono problemi), in Italia si continuano ad alzare muri sempre più alti per impedire ai giovani di dare il proprio contributo alla crescita del Paese.

Non è esagerato affermare che siamo di fronte all’ennesimo tentativo di estromettere i nuovi, di ritardarne il più possibile l’ingresso nel mondo lavoro o, comunque, di renderlo talmente difficile da scoraggiare chi

non ha alle spalle una situazione economica eccellente, o semplicemente non ha la forza d’animo necessaria per affrontare un percorso disseminato di trappole ed ostacoli.

Erano anni che si tergiversava su una possibile riforma della professione forense, che rendesse l’esercizio della professione di avvocato maggiormente in linea con le richieste del mercato e che rispettasse gli standards europei, ma fino ad ora dei vari progetti non se ne era mai fatto niente, soprattutto per la difficoltà oggettiva di trovare un punto di incontro tra esigenze del mercato del lavoro, risorse economiche, università e in generale, formazione professionale. Una soluzione come quella prospettata dal ddl discusso alla Camera non è però la risposta a tutti i problemi, anzi, farà ripiombare l’avvocatura del libero foro all’epoca delle corporazioni, dove un manipolo di vecchi professionisti detterà le regole per l’accesso dei nuovi.

Senza avere la presunzione di conoscere la soluzione ad una questione che ha molte sfaccettature e implica riflessioni, come abbiamo detto, su vari settori, serve però chiedersi se c’è una strada alternativa a quella percorsa fino ad ora. La cosa più logica da fare sarebbe modificare l’offerta formativa delle università, che spesso non preparano gli studenti di giurisprudenza alle molteplici professioni con le quali spesso si trovano a dover fare i conti. Gli sbocchi professionali legati alle facoltà di giurisprudenza, in particolare, sono altamente variegati: essere formati sostanzialmente allo stesso modo per fare i ricercatori, gli avvocati, i notai, i magistrati e i dirigenti della p.a. è, con ogni evidenza, un primo passo falso.

Perciò un esame “posticcio” appiccicato su una formazione che non fornisce per tempo tutti gli strumenti adeguati perde la sua ragion d’essere: non considerare il contesto in cui andrà ad inserirsi una data riforma di sistema e limitarsi a modificare solo le regole d’accesso alla professione e poc’altro finisce per diventare un triste pretesto per battaglie di principio, portate avanti, però, esclusivamente sulla pelle delle nuove generazioniAldilà dei se e dei ma, l’ intento del ddl sembra tuttavia essere chiaro: tentare di cristallizzare un settore rilevante per l’economia e per lo sviluppo, impedendo l’accesso ai giovani, mascherando peraltro questa bieca manovra dietro la necessità di offrire ai cittadini una prestazione professionale maggiormente qualificata e trasparente.

Oltre al danno, la beffa.

Rita Silvestri

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