Che cosa insegna la sconfitta di Renzi

Renzi

Appena concluse le primarie del PD è utile per un movimento come il nostro analizzare il risultato elettorale e cercare di trarne degli insegnamenti. Vorrei evitare di perdere tempo nella discussione sulleregole. Ok, la loro modifica ha provocato qualche fastidio e inciso sul numero di elettori, non ci sono dubbi. Ma è corretto domandarsi: vogliamo elettori disimpegnati, non motivati, che votano solo se è sufficientemente facile? Cosa si può costruire con questi elettori?

Il 40% selezionato con criteri più stringenti è forse più efficace. Perché parte di questi elettori potrebbe essere coinvolta in un allargamento del PD e rivotare con convinzione nel 2013. Se il Partito Democratico avesse il coraggio di aprire i tavoli del programma, ci sarebbe spazio anche per Noi Giovani di dire la nostra.

Staremo a vedere, e magari proveremo a farci sentire.

Veniamo al senso del risultato elettorale. Si legge di tutto in questi giorni, ma proverei a concentrarci sul significato politico, meno sul lato di comunicazione.

Potremmo dire semplicemente che il paese non è pronto al cambiamento.

E in effetti c’è qualcosa di vero in questa affermazione, ma occorre allora andare oltre e domandarsi: perché non è pronto al cambiamento? Perché dopo quasi vent’anni di pessima politica, e nel corso della più grave crisi economica dal dopoguerra a oggi, non è stato capace di riformarsi a fondo? Perché correranno ancora i soliti noti nel 2013? Domanda centrale se abbiamo l’ambizione di proporci a sostituire l’attuale classe dirigente.

Nel caso di Renzi, si è trattato di horror vacui, di legittima diffidenza nei confronti di un nuovo leader? Forse sì, in tanti non si sono fidati di un giovanotto che in pochi anni è passato dall’amministrare una città medio-grande al voler governare la Nazione; hanno sospettato che dietro ci fosse chissà quale potere forte, unico modo per spiegare una carriera folgorante. Atteggiamento comprensibile, che però dimostra una curiosa ingenuità: la politica si fa coi capitali e con i giusti strateghi ed esperti di comunicazione, oppure appoggiandosi a una rodata macchina di propaganda. Hanno preferito la seconda alla prima, sorvolando sulla pesantezza di un apparato che, ogni volta che viene attivato, chiede il conto (tanto quanto i finanziatori miliardari).

E’ utile fermarsi un istante poiché, al momento, la dicotomia capitale-macchina di propaganda non sembra superabile. Chi sta acquisendo visibilità in questo periodo dispone di una delle due fonti dipotere. Vedo pochi margini di manovra a chi è escluso, e bisognerebbe capire quale formula è più adatta a Noi Giovani, di modo da comportarci di conseguenza.

Perché, e la sconfitta di Renzi lo dimostra, non si crea un partito sui social networks. (http://www.valigiablu.it/primarie-bersani-vince-e-perdono-i-social-media/ )

Torniamo però alla domanda centrale: perché l’Italia non è pronta al cambiamento? La mia risposta è: perché manca una nuova narrazione.

Quello che Renzi non è riuscito a fare è stato creare un nuovo immaginario che fosse ancora di sinistra (o, a mio avviso, più di sinistra), che fosse abbastanza coerente e alternativo al vecchio. Ci ha dato spunti, sufficienti per i molti già bendisposti, ma troppo deboli di fronte a una visione del mondo che ha decenni di storia. Una visione che si può riassumere nelle dicotomie tra operai e imprenditori, tra furbi e legalisti, tra profitto e bene comune, tra sinistra e destra, tra stato e mercato. Una visione superata, ricca di contraddizioni ormai abbondantemente emerse, ma che, forte di una viralità simile a molti religioni (chi la appoggia si sente immediatamente migliore), continua a riprodursi.

Renzi non ha avuto certamente il tempo di scalfire questo treno di dicotomie, né le occasioni di confronto, basate su interviste o risposte secche, hanno favorito la comunicazione di una nuova visione del mondo.

La vittoria di Bersani dimostra che la narrazione non è un qualcosa di superfluo. E ci dice che occorre rispondere alla crisi del paese a tutto campo: non è solo politica, non è solo cultura, né economia. Per me i partiti che insistono solo su un aspetto faticano a conquistare i cuori degli elettori.

Noi Giovani dobbiamo allora iniziare a pensare e proporre la nostra narrazione, di per sé il tema del ricambio generazionale è solo una delle possibili leve polemiche su cui insistere, ma verrebbe da dire: non è sufficiente (vedi Bersani vittorioso), non vince nel confronto con altre leve polemiche (povertà, disoccupazione, frustrazione). Da una nuova narrazione deriverà anche maggiore forza espressiva per il nostro pur degno Programma che rischia di rimanere un insieme di ricette se non si ha chiaro con quali valori applicarlo.

Con Danilo e due amici abbiamo iniziato a offrire uno strumento per riprendere a narrare e a impossessarci del nostro futuro; si chiama rivoluzione aperta (http://rivoluzioneaperta.net/ ) . E’ un’iniziativa che può dare un contributo al lavoro di Noi Giovani ma che non è pensata per esaurirsi in Noi Giovani. Perché tra chi l’anima ci sono persone con altri riferimenti politici e perché la filosofia deve muoversi in libertà: se diventa funzionale a un sistema di potere si esclude automaticamente dal fine ultimo, ossia ragionare.

E’ uno spazio in cui confrontarsi, combattere battaglie di opinione e trovare delle sintesi. Ci auguriamo che possa contribuire al rinnovamento di cui Noi Giovani deve farsi portavoce.
Andrea Danielli

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3 risposte a “Che cosa insegna la sconfitta di Renzi

  1. Buona analisi. Renzi ha perso contro il partito e una base elettorale troppo abituata a votare il partito *a prescindere*. Il problema è che con quella base elettorale non vinci le elezioni e non diventi un partito maggioritario all’americana.
    Se ci pensi da questo pdv l’affermazione di Renzi è enorme: Renzi contro il partito nelle primarie di partito (perché sta storia delle “primarie del centrosinistra” è una delle tante panzane che ci raccontiamo su queste ‘primarie all’amatriciana’ che piacciono tanto ai dirigenti Pd ma servono a ben poco: Vendola come ha dimostrato non avrebbe mai potuto vincere).
    Purtroppo non ce la si è fatta, ma per la prima volta invece delle ‘primarie all’amatriciana’ e basta (con tutto l’insopportabile corredo di lodi sulla democrazia e sorpresa sul numero di partecipanti, che è buono per carità ma ciò che conta è la battaglia politica!) abbiamo avuto un confronto scontro vero, all’americana.
    Per questo Renzi, al di là di tutto (cioè al di là del programma — molto ‘a destra’ — al di là della simpatia a pelle &c.), era importante: il voto a Renzi è un voto di opinione, che misura il gradimento delle sue idee, del suo modo di porsi (molto diretto e accattivante, senza giri di parole e politichese), e di ciò che rappresenta (il nuovo vs. il vecchio); il voto a Bersani è stato un voto ‘di partito’.
    Le primarie dovrebbero essere questo, uno scontro di persone, opinioni e programmi, e non una sorta di finta battaglia per la legittimazione del candidato di partito; e allo stesso modo il partito dovrebbe essere un grosso contenitore di progressisti (democratici all’americana) che ogni tot anni sceglie il suo candidato forte sulla base di vere primarie, dure e cazzute, al suo interno. Questo garantisce enorme legittimazione del leader che vince, e enorme forza elettorale. E così si può puntare a vincere da soli (vocazione maggioritaria).
    È un cambiamento inevitabile: il voto di partito non funziona più, e si assottiglierà molto man mano che il Novecento si allontana; l’unica cosa che funziona molto bene è il voto di opinione (Berlusconi; Grillo). Stiamo cambiando, e in meglio. Prima i grossi partiti se ne accorgono, meglio è. Renzi era perfetto per questo…
    Scusa se ho approfittato del tuo spazio per dar fuori un po’ dio idee che m’ingombravano la cabeza. Un caro saluti e a presto!

  2. Scrivi, scrivi e non mi ricordavo più cosa del tuo pezzo mi ha fatto scattare la molla per il commento: non sono così sicuro che la frase «non si crea un partito sui social» sia utile a spiegare quanto è successo. Il ‘partito’ di Renzi (che poi non è un partito, ma un movimento d’opinione) è stato raccolto bene, ma — possiamo dirlo? — non poteva vincere le c.d. ‘primarie all’amatriciana’, confrontandosi col ‘voto di partito’.
    Dirò di più, anzi: secondo me sarà difficilissimo bissare il consenso che ha raccolto Renzi, consenso raccolto mettendo in piedi un’efficacissima e modernissima macchina elettorale all’americana (inevitabile pensare a certe serie tipo The Good Wife…). Sono un po’ pessimista sull’immediato futuro, anche perché spero che Renzi non faccia l’errore di riprovarci in prima persona, sconfesserebbe una buona parte delle idee portate avanti in questa campagna.
    Due parole ancora sul ‘partito’ di Renzi: importante dire che non è un partito, e nemmeno una corrente interna; Reni a portato alle primarie Pd gente che non ha mai votato (né mai voterà, ovvio!) Pd in vita sua, quindi non può fare un corrente interna al Pd. E non farà nemmeno un partito, perché lucidamente sa che senza il bacino elettorale del Pd non ha speranze maggioritarie. Renzi ha fatto per primo quello per cui è nato il Pd (e di specchio il Pdl), cioè combattere democraticamente (d’opinione) per prendersi la leadership di un grosso partito maggioritario, e puntare a vincere le elezioni alla grande.
    Molti commentatori (l’orrido Pagliaro sentito su Rai News, ad es.) si dicono scandalizzati dal ‘ritiro’ di Renzi (“ho perso, e mi levo di mezzo”), dicono che deve capitalizzare quel 40%: be’, sono sicuro che non è una percentuale capitalizzabile con un nuovo partito (errore da seconda repubblica) né con una corrente (è un voto in gran parte raccolto fuori dagli iscritti Pd).
    Staremo a vedere!

  3. L’ottima performance di Renzi lancia segnali molto importanti e positivi per Noi Giovani. Innanzitutto, conferma che in Italia la necessità di nuove idee e nuove persone è sentita vivamente, ma questa non è una novità. La novità è che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un giovane sindaco ha lanciato una sfida radicale all’apparato del suo partito, e ha ottenuto il 40% dei voti. Sarà adesso importantissimo per Renzi riuscire a far tesoro di questo risultato, rifuggendo naturalmente da ogni logica da prima repubblica, correnti o altri partiti, ma facendo sentire forte e chiara la voce riformista in un partito che al suo interno accoglie uno spettro molto ampio di idee di centrosinistra. A Noi Giovani spetterà osservare tutto ciò con molta attenzione ed, eventualmente, decidere come e quando partecipare all’avventura “Renziana” e alla promozione di politiche liberal-riformiste. Difatti, la piattaforma portata avanti da Renzi appare oggi come la più consona a promuovere le istanze di rimozione delle disuguaglianze, formulazione di una nuova giustizia intergenerazionale e implementazione di più moderne e valide politiche del lavoro che sono al centro del programma di Noi Giovani.

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